Mondo Indie
lunedì 23 febbraio 2026
lunedì 8 dicembre 2025
Emidio de Berardinis
presenta
VIA IGNIS...
https://open.spotify.com/intl-it/album/2z2jf1h7hZLQkrfMTNQPNe?si=KwqWYQ6cRNuauQai0eNOew
Via Ignis, il nuovo lavoro autoprodotto da
Emidio De Bernardinis, non è un disco: è una fenditura. Un varco aperto in
quello spazio interiore che siamo abituati a ignorare mentre scorriamo
distrattamente lo schermo di uno smartphone. Dodici canti costruiti come
altrettante stazioni di un percorso iniziatico, in cui l’ascoltatore non è
invitato a “godere” della musica, ma a misurarsi con essa.
Il concept affonda le radici
nell’immaginario simbolico degli Arcani Maggiori, in particolare nella figura
dell’Appeso, archetipo del ribaltamento dello sguardo. De Bernardinis
assume quella postura sospesa e la traduce in brani che rifiutano ogni
tentazione di compiacimento: niente slogan motivazionali, nessun ritornello
consolatorio, ma una scrittura che alterna ferocia e tenerezza, visioni
mistiche e fenditure psicologiche.
La voce si fa deserto, talvolta
abisso, talvolta preghiera. Le parole sono affilate, ma capaci di aprire
spiragli luminosi in chi accetta di lasciarsi “fermare” da queste tracce che
non accompagnano: deviano, disturbano, spogliano. È un album che predilige il
fuoco alla forma, l’urgenza alla levigatezza, e proprio per questo colpisce
come un rito di passaggio.
Via Ignis è un invito alla disobbedienza
interiore: una chiamata a spegnere l’automatismo del quotidiano per riaccendere
il centro della coscienza. Ne si esce scossi, forse stanchi, ma più lucidi. Un
disco che non cerca consenso, ma risveglio. Da attraversare con cautela, magari
in ginocchio — ma con la promessa di rialzarsi diversi.
Ciao Emidio, inizio subito con una domanda “calda”:
cos’è cambiato dalla tua ultima pubblicazione?
Ciao e grazie per il vostro interessamento e per
questa intervista!
Allora, cos’è cambiato? Bhé … direi … il mio centro:
un tempo cercavo di raggiungere qualcosa, oggi cerco di fluire nell’esistenza
sfruttando al massimo l’opportunità di crescere ed evolvere.
Negli ultimi anni di silenzio si è aperto in me un
varco: uno spazio nuovo, più quieto, dove la musica non è più conquista ma rivelazione.
Sono cambiate le priorità, le forme e soprattutto la mia capacità di ascoltare:
ho capito che ogni opera nasce dal grado di presenza che riesci a raggiungere e
più scendi in profondità, più ciò che porti alla luce è autentico.
E forse è cambiata anche la volontà di essere vero,
più che famoso o performante … spudoratamente vero!
Com’è nata l’idea di proseguire il cammino musicale da
solo? E com’è arrivata Via Ignis?
La solitudine, a volte, non è una scelta: è un
richiamo a cui non si può rimanere sordi! Ho avvertito fortemente la necessità
di togliere le interferenze, i compromessi e i giochi di equilibrio: dovevo
attraversare un deserto, che è il luogo dove ogni artista incontra la propria
voce più autentica.
“Via Ignis” è arrivata lì, come un bagliore … una scintilla che non
potevo ignorare: ho percepito un fuoco che non bruciava per ferirmi, ma per purificare.
Mi è stata offerta la possibilità di liberarmi dai programmi interiori, dalle
trappole emotive, dalle identificazioni meccaniche … e da quel momento ho
capito con estrema chiarezza, che il percorso sarebbe stato solitario, ma
necessario.
Il primo singolo del disco è “Gli Occhi di Mio Padre”.
C’è qualcosa che vorresti sottolineare in particolare con questo brano?
Assolutamente si: la profondità dello sguardo come
luogo sacro.
In quella canzone gli occhi diventano un vero e
proprio universo: deserti, abissi, mari in tempesta. Sono immagini che non
descrivono il mondo esterno, ma il paesaggio dell’anima. C’è una frase che
considero centrale in questo brano: “La profondità di uno sguardo svela
l’età della coscienza.”
Per me significa che in certi occhi si può leggere la presenza o meno della
vita interiore: non tanto quella biologica, quanto più quella più misteriosa,
invisibile ... e vera!
Credo che in quest’epoca così tristemente frettolosa e
superficiale, sia importantissimo riconquistare il senso della profondità anche
nel semplice atto del “guadare”: se stessi, gli altri, le proprie strutture …
il mondo esteriore. Quel tipo di sguardo, a volte, racchiude in sé il senso di
molti passi compiuti o ancora da compiere, e merita veramente di essere
esplorato!
Quali sono i programmi per il prossimo futuro?
Continuare a camminare.
Ci saranno concerti, certo, e nuove produzioni che
stanno già emergendo come misteriose e sorprendenti “presenze sottili”. Ma più
di tutto vorrei portare “Via Ignis” nei luoghi dove può incontrare
ascoltatori pronti a risuonare con le profondità e con il fuoco che la
contraddistinguono. Sto lavorando sulla possibilità di offrire progetti più
intimi, rituali, che sappiano unire suono, immagine, meditazione e garantire esperienze
sonore oltre che coscienziali più vibranti ed efficaci!
E poi ci sono altri brani, nuove opere creative che stanno chiedendo di nascere
e trovare nel futuro ulteriori sentieri da illuminare, passo dopo passo …
Grazie, se vuoi aggiungere qualcosa, ti lascio il
prossimo spazio.
Grazie a voi!
Approfitto di questo spazio per rendere noto che “Via
Ignis” sarà disponibile anche fisicamente: un cd accompagnato da un booklet in
cui è descritta la storia di questa creazione non solo con le parole ma anche attraverso
opere pittoriche e simboli di mia creazione che rendono energeticamente più
forte e vibrante il messaggio che vorrei trasferire al pubblico.
giovedì 4 dicembre 2025
Atom Lux
Voidgaze Dopamine Salad
https://open.spotify.com/intl-it/album/64Y8KzprtJzLOStLQP7kCS?si=0ho9aKmaQLS0htE_uacqig
INTRO ALBUM
Con il suo album di debutto Voidgaze Dopamine Salad, Atom Lux (in parte Lucio Filizola) intraprende una turbolenta esplorazione ai confini del rock psichedelico contemporaneo.
Atom Lux nasce dal desiderio di abbracciare l’instabilità come motore creativo. Invece di scegliere un solo linguaggio musicale, Filizola intreccia psych rock, alternative, garage, soft stoner e prog-pop, lasciando che si scontrino, si sovrappongano e si trasformino in qualcosa di fresco e unico. Il risultato è un album che sfugge alle definizioni, ma che al tempo stesso mantiene una forte coerenza: un multiverso caleidoscopico tenuto insieme dalla forza gravitazionale dell’energia rock più autentica.
Al centro di Voidgaze Dopamine Salad si incontrano gioco e apocalisse, visioni allucinatorie e strutture solide. I dieci brani poggiano su chitarre granitiche e riffose, synth frastagliati, voci sature e una sezione ritmica pulsante, mentre i testi spalancano porte su immaginari surreali e grotteschi: scimmie allucinate, fiumi di lava, universi frattali, singolarità cosmiche letali, conigli inebrianti, serpenti doppiogiochisti e danzatori isterici. Ogni traccia è un portale diverso, ma tutte insieme compongono un mosaico sonoro vivido e delirante, in cui caos e melodia convivono in tensione costante.
Pur non essendo un concept album, il disco porta con sé un filo conduttore forte: la sensazione di un’insalata di dopamina servita su un piatto fatto di lunghi sguardi nel vuoto, un banchetto frammentato e ipnotico di emozioni, visioni e distorsioni. Il titolo stesso riassume il paradosso che anima la musica di Atom Lux: un mix irriverente di ironia, psichedelia e inquietudine esistenziale, servito con l’energia ruvida e diretta di una live performance rock.
Con Voidgaze Dopamine Salad, Atom Lux si presenta come una voce nuova e riconoscibile nel panorama psych/alt-rock. Un lavoro eccentrico eppure curato, surreale ma radicato nella tradizione, che dimostra come il rock possa ancora reinventarsi quando viene filtrato da un’immaginazione senza confini. Più che un semplice debutto, è un invito ad entrare in un multiverso sonoro in cui ogni ascolto svela nuovi dettagli, nuove distorsioni, nuovi modi di guardare nel vuoto.
INTERVISTA
1.
Pointless Madness è nata in un pomeriggio:
quanto conta l’istinto nella tua produzione?
Molto. In particolare Pointless Madness è frutto di
un esperimento che spesso mi diverto a fare quando ho un po’ di ore libere. Mi
metto in studio – chitarra o tastiera in mano – e vado a ruota libera con
l’obiettivo di scrivere e registrare da zero un mini-brano compiuto. E’ un
esercizio divertente, che a volte può portare a qualcosa di buono (altre no).
Quando ho avviato il progetto Atom Lux ho cominciato proprio da queste brevi
composizioni espresse, di circa 90 secondi – anche per cominciare a
pubblicare qualcosa sui social - che chiamavo P.M.S. (Pointless Music Shot).
Pointless Madness è nata da uno di questi esperimenti.
2.
Il poliritmo 3-4-7 di Bad Snake Good Snake è una
scelta curiosa: come sei arrivato a questa struttura?
Anche se probabilmente dal disco non si sente molto, il
progressive rock ha avuto una forte influenza sulla mia formazione musicale.
Imparando la chitarra – e in generale scoprendo nuova musica a partire
dall’adolescenza - ho adorato e imparato molto dai gruppi della scena prog
rock, sia inglese (King Crimson, Yes, ELP, Genesis, Gentle Giant, …) che
italiana (Balletto di Bronzo, Osanna, Area, Museo Rosenbach, Banco del Mutuo
Soccorso, …). Ogni tanto riemerge questo mio animo proggettaro – non lo
faccio apposta – anche nella forma di semplici sezioni poliritmiche come quella
che fa base al solo di synth di Bad Snake Good Snake.
3.
Death by Small Talk è costruita su sezioni
volutamente incoerenti: qual è stato il processo dietro questa forma?
Ricordo la domenica pomeriggio in cui ho scritto Death By
Small Talk. Avevo semplicemente voglia di scrivere un brano frenetico, che
sviluppandosi passasse di palo in frasca (in termini di temi e sezioni
musicali), quasi a mimare il rapido susseguirsi di argomenti frivoli che
caratterizza le small talk. Unico requisito: BPM > 180. Ho quindi costruito
diverse sezioni relativamente scorrelate tra loro, per poi cucirle insieme. Ne
è uscita fuori Death by Small Talk, che sinceramente è uno dei brani che
più mi diverto a suonare e cantare dal vivo.
4.
In Black Mirror il suono crolla
progressivamente: come hai gestito il rapporto tra narrazione e tecnica?
Black Mirror è l’unico brano del disco ad essere
caratterizzato da sonorità più cupe, per riflettere la tematica
antropo-apocalittica. In termini di struttura è anche uno dei brani più
semplici e si sviluppa in pratica su due sezioni, la prima caratterizzata da
arpeggi ostinati sorretti dal groove shuffle, la seconda più grezza, sia in
termini di sporcatura del suono, sia in termini di groove (lo shuffle lascia
spazio ad un più popolare tempo binario). La prima sezione fa da cornice
sonora alla narrazione pessimistica legata al progressivo (e ipotetico?)
sfacelo della società, la seconda accompagna la presa di coscienza del fatto
che la Terra si accorgerebbe a malapena di un’eventuale estinzione di
massa e continuerebbe tranquillamente a farsi i ca**i suoi, forse anche più
felice di prima. A volte si usa l’espressione “la fine del mondo” per riferirsi
a quella che in realtà sarebbe “la fine della civiltà umana nel mondo”, che
forse – in realtà - rappresenterebbe un nuovo interessante capitolo del mondo.
Occhio, sono grande fan della razza umana - per quanto a volte sia difficile
continuare ad esserlo – e non mi auguro l’estinzione di nessun gruppo di
organismi. Ma non vorrei che si estinguesse neanche la semantica.
5.
Nel lato B sembra esserci una maggiore apertura
psichedelica: è stata una scelta intenzionale?
Mi dispiace essere brutalmente sintetico, ma devo rispondere
con un semplice “no”. E’ successo così e basta – spiegare un eventuale motivo
dietro questa scelta sarebbe un’elaborazione a posteriori.
6.
Quali strumenti o accorgimenti hai usato per
creare i timbri più allucinati del disco?
Uno dei pro di registrare tutto in casa in modo
indipendente, è la possibilità di spippolare e sperimentare in mille modi con
gli strumenti e i suoni a disposizione, senza la pressione di un produttore o
un tecnico di registrazione che ti guarda attraverso un oblò ricavato in una
parete insonorizzata. L’emulazione digitale - poi - mette a disposizione banchi
di suoni sconfinati (anche troppo – a volte mi sono arreso e ho finito delle
sessioni di registrazioni pensando “basta, mi fermo, ci sono troppe
possibilità”) e mi diverto un sacco a esplorare suoni e strumenti nuovi. Oltre
a questo, mi diverto a volte – nel processo di creazione di timbri
allucinati – a manipolare le registrazioni audio (voci, chitarre, qualsiasi
cosa) fino ad ottenere qualcosa di irriconoscibile che però funziona sul brano.
7.
Quanto ha influito lo studio casalingo nel
definire l’estetica sonora dell’album?
Ha influito tantissimo. Non so se sia un bene o un male, ma
il vincolo dello studio casalingo (unito alle mie doti di mixaggio e tecniche
di registrazione appena sufficienti, ma in affinamento) ha portato al sound del
disco (per fortuna ho deciso di fermarmi al mix, passando poi la palla a
Vincenzo Mario Cristi, per il mastering – e l’ottimo lavoro si sente).
Sicuramente sarebbe uscito fuori qualcosa di diverso se avessi registrato tutto
in uno studio, magari sotto la guida di un tecnico, ma sono contento di quello
che è uscito dallo studio casalingo (che poi chiamarlo “studio” è troppo
generoso, dato che si tratta di un rettangolo ricavato nella camera da letto).
8.
C’è un brano che ha richiesto più tempo di
lavorazione o sperimentazione tecnica?
Gli effort di lavorazione sono stati abbastanza omogenei tra i brani.
Probabilmente però in alcuni brani è stato un po’ più difficile far funzionare
e rendere gli arrangiamenti che avevo in testa, sia in termini di take di
registrazione, che di espressività, che di mix. Probabilmente Death By Small
Talk, Black Mirror, Spaghettification Apocalypse e J.I.B.B.E.R.I.S.H.,
per quanto non siano brani così complessi, hanno richiesto una lavorazione
leggermente maggiore degli altri.
sabato 29 novembre 2025
Atom Lux
Voidgaze Dopamine Salad
https://open.spotify.com/intl-it/album/64Y8KzprtJzLOStLQP7kCS?si=0ho9aKmaQLS0htE_uacqig
Voidgaze Dopamine Salad è un album che trova la sua identità nella
costruzione tecnica di ogni singola traccia, ognuna organizzata come un piccolo
laboratorio sonoro. Pointless Madness apre il disco con un impianto
hard-psych immediato: distorsioni dense, synth acidissimi e una ritmica
quadrata che sostiene un testo visionario, mentre i cori compressi creano un
effetto “spinta” continuo. Bad Snake Good Snake lavora invece sulla
ripetizione: il riff circolare evoca il movimento del serpente e il poliritmo
3-4-7 introduce una complessità ritmica che spezza la linearità senza perdere
coesione.
Con Death by Small Talk si entra in una scrittura modulare: sezioni
apparentemente scollegate, volute fratture narrative che diventano struttura
musicale, sostenute da una Rickenbacker arpeggiata in stereofonia e una ritmica
irrequieta. Black Mirror applica un crescendo timbrico: voci
ipersature, delay spinti e chitarre che si sporcano progressivamente fino a un
climax distopico perfettamente coerente con il tema. J.I.B.B.E.R.I.S.H.
è un esercizio di citazionismo tecnico e stilistico: timbri, riferimenti
beatlesiani e layering vocale costruiscono un brano che, pur giocoso, è
calibrato con attenzione.
Il Lato B apre con Dance Plague Delirium, che parte rarefatto e si
compatta in un corpo rock di chitarre in delay e ritmica essenziale. Stoned
Monkey Heritage integra timbri brillanti, basso glissato e synth acidi per
creare un soft-stoner leggero, quasi danzante. Spaghettification Apocalypse
utilizza progressioni psichedeliche e aperture spaziali per evocare la
singolarità gravitazionale, mentre Mandelbrot! Mandelbrot! è un
vortice fuzz/post-grunge costruito su saturazioni massicce e voci filtrate.
Chiude Toxic Easter Bunny, episodio psych-garage con uso mirato di
saturazioni e batterie dirette, perfetto per restituire il carattere grottesco
del racconto.
Brano dopo brano, Atom Lux mostra un controllo notevole della timbrica e
della costruzione modulare delle tracce, trasformando ogni pezzo in un
microcosmo che alimenta la coerenza di un album volutamente instabile ma
tecnicamente molto consapevole.
martedì 18 novembre 2025
Piaggio Soul Combination feat. Diane Kowa – Allnighter
Material
ASCOLTA E COMPRA IL VINILE DA QUI
https://www.areapirata.com/en/prodotto/diane-kowa-the-piaggio-soul-combination-allnighter-material/
“Allnighter Material” – Il soul italiano che
non ha confini
Con “Allnighter Material”, Marco Piaggesi e la sua band confermano di essere
una delle realtà soul più solide e raffinate d’Europa. Il nuovo lavoro è un
omaggio al groove più autentico, quello che nasce per far muovere corpo e
spirito, ma anche una prova di maturità artistica che guarda dritto alla
tradizione senza perdere freschezza.
Il disco prende vita da un’idea precisa: creare brani capaci di infiammare
un soul allnighter, quei leggendari party che animavano le notti del
Northern Soul britannico. L’obiettivo è pienamente centrato: arrangiamenti
curati, ritmiche serrate, fiati brillanti e una sezione ritmica impeccabile
danno vita a un suono denso, diretto, che profuma di vinile e passione.
A rendere il tutto ancora più speciale è la presenza di Diane Kowa,
voce potente e intensa scoperta quasi per caso, che dona al progetto una
dimensione internazionale. La sua energia, unita alla scrittura ispirata e al
tocco elegante di Piaggesi, porta il gruppo a un livello superiore.
“Allnighter Material” è un disco che scorre senza cali, sincero e vibrante,
costruito con mestiere e cuore. Tra soul, funk e rhythm and blues, rappresenta
un piccolo manifesto di coerenza e amore per la musica vera — quella che si
suona, si suda e si vive dal vivo.
martedì 11 novembre 2025
Rescue Zone presentano
il video di Bed, un bellissimo concept video con atmosfere tra il dark e il
sognante
https://youtu.be/5QdGz0M2Kmc?si=FSTgxb4s9jvoGavw
IL BRANO
“Bed” si esprime in modo
distaccato dalla persona e racconta la condizione che ognuno di noi vive dentro
le proprie paure e insicurezze. Mostra come queste ci facciano sentire
oppressi, inadeguati e costantemente in conflitto con noi stessi.
È una spinta alla ribellione, prima
verso le nostre stesse gabbie interiori, per provare a uscire da quelle
situazioni che creiamo con gesti istintivi e affrettati. Ci ricorda che tutto
ciò di cui abbiamo bisogno va cercato ed ottenuto senza compromessi e paura.
Ogni riferimento rimanda a momenti di
riflessione; ogni domanda cerca una risposta, senza sapere se sarà davvero
quella giusta. Il brano racconta il passaggio dalla quiete apatica alla
ribellione, nella ricerca di una risoluzione personale.
IL VIDEO
Il video di Bed si apre con una mano
sanguinante e una camminata lenta, come se il pericolo fosse ormai alle spalle.
È solo una tregua illusoria: ciò che inquieta dentro non ha mai smesso di
muoversi. La cattura e il sacco calato sulla testa segnano il ritorno inevitabile
di quelle ombre.
Su un materasso, il corpo giace con il
volto coperto dallo stesso sacco. Mani che vagano ai lati sfiorano lo spazio
attorno, presenze che tornano a manifestarsi e richiamano ciò che era stato
messo a tacere.
Sul tavolo, circondato da figure mute,
una mano scivola dall’addome
al volto: un contatto che rivela la verità nascosta, come se ciò da cui si
fugge trovasse comunque il modo di manifestarsi.
Nel bagno, immerso nell’abbandono,
tutto si ribalta: chi tentava di fuggire diventa preda, e ciò che sembrava
distante prende il controllo. Il trascinamento per i piedi legati e il cerchio
rituale mostrano l’esposizione totale
alle proprie paure.
Nella sepoltura nasce un impulso di
ribellione, un gesto istintivo per non lasciarsi inghiottire definitivamente.
La corsa ritorna, tra cadute e riprese, fino alla stessa mano sanguinante che
chiude il video, identica all’inizio: il
confronto con sé stessi non finisce,
ritorna ciclicamente allo stesso varco.
BIOGRAFIA
I Rescue Zone si formano nel 2024,
dall’incontro tra cinque musicisti
decisi a trasformare le proprie esperienze in qualcosa di autentico e potente.
Tutto parte quando Emanuele, voce della band, contatta Nicola, bassista, nel
settembre dello stesso anno. Con Andrea alla batteria – compagno di palco di
lunga data di Nicola – e i chitarristi Alice e Raffaello, vecchi amici uniti
dalla stessa urgenza creativa, la formazione prende rapidamente vita.
Le loro influenze diverse si fondono
in un sound diretto, energico e moderno, dove melodia e impatto convivono in
perfetto equilibrio.
A giugno 2025 pubblicano il primo
singolo, “Get Away”, seguito da “Bed”, due brani che segnano l’inizio
del percorso dei Rescue Zone: una band che mette al centro l’istinto,
la coesione e la voglia di suonare senza compromessi.
martedì 7 ottobre 2025
Leon seti presenta Oh London!
https://open.spotify.com/intl-it/album/4b9wSoqy40Aj7Fsz7KYz9e?si=lLab2b8fQIirfaJR33qFww
Raccontaci
l’iter del processo creativo che segui per la creazione di un brano.
Il mio iter parte sempre dal suono e dalla melodia e armonia. Una
volta stabilite quelle ci scrivo delle parole sopra e poi porto tutto da
Saverio Zacchei, il mio producer, e ci lavoriamo insieme.
• A
quale genere musicale appartieni?
il mio genere musicale é senza dubbio il pop. Che io amo alla
follia, e rigorosamente elettronico.
• La tua
musica da dove prende ispirazione?
La mia musica prende ispirazione dalla mia vita, da quello che
passo, e da quello che ascolto. Sonicamente invece devo partire sempre da uno
spunto sonoro nuovo, un suono strano o un qualcosa che mi accenda
l’immaginazione.
• Ora
che l’estate è finita che suono ha August?
August é una canzone che parla di nostalgia e ricordi, quindi non
appartiene solo all’estate. Per me va bene in qualunque momento.
• come
gestisci l’ansia da prestazione prima di una performance?
Ultimamente non suono molto, quindi mi manca l’ansia da
prestazione. é una sensazione che mi piace, mi piace il dovermi esprimere sul
palco. ma il momento piú bello arriva dopo le prime note, prese quelle, diventa
tutto piú piacevole.
Come si
struttura una tua performance dal vivo?
Una mia performance dal vivo di solito include me e un musicista
che gestisce le tracce e gli strumenti dal mio computer, e io che canto e mi
muovo liberamente. Una cosa abbastanza eterea.
L’EP
"Oh, London", il nuovo EP di Leon Seti, è un’esaltazione poetica della tarda estate: quella fase
sospesa tra la luce e la malinconia, dove i giorni sembrano allungarsi
nell’aria calda e i ricordi iniziano già a sbiadire. Quattro tracce intime e
cinematografiche raccontano emozioni effimere e nostalgiche, tipiche di una
stagione che si spegne lentamente, lasciando spazio ai sogni, all’attesa e a
una dolce inquietudine.
L’EP
si apre con “August”, il primo
singolo, che ne definisce subito l’atmosfera: calda, avvolgente, come il vento
di fine agosto. Il brano è un racconto delicato di un amore passato, tra
sussurri elettronici e malinconie luminose.
Segue
“Bluffer”, una traccia travolgente e
giocosa, che si fa portavoce di una rabbia euforica: cori stratificati e synth
brillanti creano un inno liberatorio che sbeffeggia tutti i detrattori di Seti
e la sua esperienza nel mondo della musica.
La
title track, “Oh, London”, arriva
come una brezza al tramonto. Parte tranquilla, cresce lentamente e si apre in
un finale corale con un beat e campane che richiamano la capitale britannica.
Il brano è una riflessione intensa sul rapporto ambivalente che Leon Seti
intrattiene con la città che lo ha accolto per anni: un intreccio profondo di
amore, frustrazione, crescita e conquista e che, come dice nel pezzo, lo riporta
sempre allo stesso punto.
A
chiudere il progetto è “Universe”,
una sorta di notturno stellare, come la sera di San Lorenzo: una ballata che
volge lo sguardo al cielo, riflettendo sull’amore e sul nostro posto
nell’infinito. Una canzone dedicata al partner di Leon che ci ricorda quanto
siamo grandi e piccoli allo stesso tempo, parte dello stesso universo.
Con
questo nuovo lavoro, Leon Seti si presenta come una divinità dell’estate
tardiva: un’immagine mitica e contemporanea, con spighe tra i capelli e melodie
cariche di speranza, desiderio e luce lontana.
Leon:
“Oh, London è un piccolo rituale pop, un invito a perdersi nei ricordi e nelle
promesse dell’estate che finisce e un assaggio di quello che verrá.”

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