lunedì 23 febbraio 2026

NANCO PRESENTA "IVA E' PARTITA"... Da un lato, IVA è una donna reale.... Dall’altro, IVA è la partita IVA stessa, simbolo della condizione economica, del peso fiscale e della solitudine del lavoro autonomo Artista: Nanco “Iva è partita” https://www.youtube.com/watch?v=o7nNhBXnJeI Iva è partita, è partita Iva, mi ha preso tutto, la speranza e la vita. INTRO AL BRANO “Iva è partita” costruisce il proprio racconto su un doppio significato che attraversa l’intera canzone e trova nel videoclip la sua forma visiva. Da un lato, IVA è una donna reale: una presenza affettiva, fragile e conflittuale, legata sentimentalmente a un giovane imprenditore. Dall’altro, IVA è la partita IVA stessa, simbolo della condizione economica, del peso fiscale e della solitudine del lavoro autonomo. Il titolo diventa così una frattura di senso: “Iva è partita” è insieme l’abbandono della donna amata e il logoramento silenzioso di una vita imprenditoriale schiacciata dalle responsabilità. Amore e sistema economico si sovrappongono fino a diventare indistinguibili.… Testo Io ti seguivo, a tratti veloci su tutte quelle voci, tutte quelle bugie. Non c’era niente di vero, non era vero niente. Mi ravvedevo e per poco abboccavo, ipotizzavo, se pure fosse, quanto ti piace parlarmi di promesse. Avvisi atroci a forma di croci, condoni feroci di tutti gli ammanchi. E mi perdevo a tutti gli incroci, tutte quelle voci, tutte quelle bugie. Non era vero niente. Iva è partita, è partita Iva, mi ha preso tutto, la speranza e la vita. Poi m’è sembrato — ed io non ti pago, correggimi pure se sbaglio — hai preso i sogni dal cassetto e li hai messi nel bagaglio. E mi perdevo a tutti gli incroci, tutte quelle voci, tutte quelle bugie. Non era vero niente. C’è lo studio di settore che quantifica l’amore, nonostante il ragioniere, nonostante il tuo dottore. Iva è partita, è partita Iva, mi ha preso tutto, la speranza e la vita. BIOGRAFIA Nino Di Crescenzo, in arte Nanco, nasce a Teramo il 15 marzo 1975. Dopo l’esordio nel 1994 al Festival di Castrocaro, interrompe il percorso musicale per poi riprenderlo nel 2013 adottando lo pseudonimo Nanco e scrivendo il brano Amsterdam, finalista al Cantagiro 2014 e vincitore del Premio Speciale della Giuria per l’originalità del testo al Premio Alex Baroni 2015. Nel 2016 pubblica il primo album, Acerrimo, con la partecipazione di Goran Kuzminac in due brani. Il disco viene candidato tra le dieci migliori opere prime al Premio Tenco 2016, mentre il brano omonimo entra nei titoli di coda del film Timballo, con Maria Grazia Cucinotta e Ivan Franek. Nello stesso anno Carolina e la pioggia è semifinalista al Premio Pierangelo Bertoli. Nel 2017 esegue Ti invito in Abruzzo su Rete4 nel format Pianeta Moda e raggiunge la finale del Premio De André, condividendo negli anni il palco con artisti e personalità della scena nazionale e aprendo concerti di Francesco De Gregori, Filippo Graziani e altri protagonisti della musica italiana. Nel 2019 pubblica il singolo Dentro, prodotto con Giorgio Ciccarelli (Afterhours, CSI), seguito nel 2020 da Marsinell, dedicato all’emigrazione abruzzese in Belgio, con arrangiamenti del maestro Enrico Melozzi. Dalle successive collaborazioni con Melozzi e Paolo Giovenchi nascono nuovi brani ancora inediti. Con “IVA è partita”, Nanco inaugura una nuova fase del proprio percorso: un ritorno al cantautorato che unisce dimensione intima e racconto sociale, dando voce alle fragilità e alle contraddizioni del presente.

lunedì 8 dicembre 2025

 

Emidio de Berardinis

presenta

VIA IGNIS...

https://open.spotify.com/intl-it/album/2z2jf1h7hZLQkrfMTNQPNe?si=KwqWYQ6cRNuauQai0eNOew

 

Via Ignis, il nuovo lavoro autoprodotto da Emidio De Bernardinis, non è un disco: è una fenditura. Un varco aperto in quello spazio interiore che siamo abituati a ignorare mentre scorriamo distrattamente lo schermo di uno smartphone. Dodici canti costruiti come altrettante stazioni di un percorso iniziatico, in cui l’ascoltatore non è invitato a “godere” della musica, ma a misurarsi con essa.

Il concept affonda le radici nell’immaginario simbolico degli Arcani Maggiori, in particolare nella figura dell’Appeso, archetipo del ribaltamento dello sguardo. De Bernardinis assume quella postura sospesa e la traduce in brani che rifiutano ogni tentazione di compiacimento: niente slogan motivazionali, nessun ritornello consolatorio, ma una scrittura che alterna ferocia e tenerezza, visioni mistiche e fenditure psicologiche.

La voce si fa deserto, talvolta abisso, talvolta preghiera. Le parole sono affilate, ma capaci di aprire spiragli luminosi in chi accetta di lasciarsi “fermare” da queste tracce che non accompagnano: deviano, disturbano, spogliano. È un album che predilige il fuoco alla forma, l’urgenza alla levigatezza, e proprio per questo colpisce come un rito di passaggio.

Via Ignis è un invito alla disobbedienza interiore: una chiamata a spegnere l’automatismo del quotidiano per riaccendere il centro della coscienza. Ne si esce scossi, forse stanchi, ma più lucidi. Un disco che non cerca consenso, ma risveglio. Da attraversare con cautela, magari in ginocchio — ma con la promessa di rialzarsi diversi.

 

Ciao Emidio, inizio subito con una domanda “calda”: cos’è cambiato dalla tua ultima pubblicazione?

 

Ciao e grazie per il vostro interessamento e per questa intervista!

Allora, cos’è cambiato? Bhé … direi … il mio centro: un tempo cercavo di raggiungere qualcosa, oggi cerco di fluire nell’esistenza sfruttando al massimo l’opportunità di crescere ed evolvere.

Negli ultimi anni di silenzio si è aperto in me un varco: uno spazio nuovo, più quieto, dove la musica non è più conquista ma rivelazione.
Sono cambiate le priorità, le forme e soprattutto la mia capacità di ascoltare: ho capito che ogni opera nasce dal grado di presenza che riesci a raggiungere e più scendi in profondità, più ciò che porti alla luce è autentico.

E forse è cambiata anche la volontà di essere vero, più che famoso o performante … spudoratamente vero!

 

Com’è nata l’idea di proseguire il cammino musicale da solo? E com’è arrivata Via Ignis?

La solitudine, a volte, non è una scelta: è un richiamo a cui non si può rimanere sordi! Ho avvertito fortemente la necessità di togliere le interferenze, i compromessi e i giochi di equilibrio: dovevo attraversare un deserto, che è il luogo dove ogni artista incontra la propria voce più autentica.
“Via Ignis” è arrivata lì, come un bagliore … una scintilla che non potevo ignorare: ho percepito un fuoco che non bruciava per ferirmi, ma per purificare. Mi è stata offerta la possibilità di liberarmi dai programmi interiori, dalle trappole emotive, dalle identificazioni meccaniche … e da quel momento ho capito con estrema chiarezza, che il percorso sarebbe stato solitario, ma necessario.

 

Il primo singolo del disco è “Gli Occhi di Mio Padre”. C’è qualcosa che vorresti sottolineare in particolare con questo brano?

 

Assolutamente si: la profondità dello sguardo come luogo sacro.

In quella canzone gli occhi diventano un vero e proprio universo: deserti, abissi, mari in tempesta. Sono immagini che non descrivono il mondo esterno, ma il paesaggio dell’anima. C’è una frase che considero centrale in questo brano: “La profondità di uno sguardo svela l’età della coscienza.”
Per me significa che in certi occhi si può leggere la presenza o meno della vita interiore: non tanto quella biologica, quanto più quella più misteriosa, invisibile ... e vera!

Credo che in quest’epoca così tristemente frettolosa e superficiale, sia importantissimo riconquistare il senso della profondità anche nel semplice atto del “guadare”: se stessi, gli altri, le proprie strutture … il mondo esteriore. Quel tipo di sguardo, a volte, racchiude in sé il senso di molti passi compiuti o ancora da compiere, e merita veramente di essere esplorato!

 

Quali sono i programmi per il prossimo futuro?

 

Continuare a camminare.

Ci saranno concerti, certo, e nuove produzioni che stanno già emergendo come misteriose e sorprendenti “presenze sottili”. Ma più di tutto vorrei portare “Via Ignis” nei luoghi dove può incontrare ascoltatori pronti a risuonare con le profondità e con il fuoco che la contraddistinguono. Sto lavorando sulla possibilità di offrire progetti più intimi, rituali, che sappiano unire suono, immagine, meditazione e garantire esperienze sonore oltre che coscienziali più vibranti ed efficaci!
E poi ci sono altri brani, nuove opere creative che stanno chiedendo di nascere e trovare nel futuro ulteriori sentieri da illuminare, passo dopo passo …

 

Grazie, se vuoi aggiungere qualcosa, ti lascio il prossimo spazio.

 

Grazie a voi!

Approfitto di questo spazio per rendere noto che “Via Ignis” sarà disponibile anche fisicamente: un cd accompagnato da un booklet in cui è descritta la storia di questa creazione non solo con le parole ma anche attraverso opere pittoriche e simboli di mia creazione che rendono energeticamente più forte e vibrante il messaggio che vorrei trasferire al pubblico.



giovedì 4 dicembre 2025

 


Atom Lux


Voidgaze Dopamine Salad

https://open.spotify.com/intl-it/album/64Y8KzprtJzLOStLQP7kCS?si=0ho9aKmaQLS0htE_uacqig

INTRO ALBUM 

Con il suo album di debutto Voidgaze Dopamine Salad, Atom Lux (in parte Lucio Filizola) intraprende una turbolenta esplorazione ai confini del rock psichedelico contemporaneo.


Atom Lux nasce dal desiderio di abbracciare l’instabilità come motore creativo. Invece di scegliere un solo linguaggio musicale, Filizola intreccia psych rock, alternative, garage, soft stoner e prog-pop, lasciando che si scontrino, si sovrappongano e si trasformino in qualcosa di fresco e unico. Il risultato è un album che sfugge alle definizioni, ma che al tempo stesso mantiene una forte coerenza: un multiverso caleidoscopico tenuto insieme dalla forza gravitazionale dell’energia rock più autentica.


Al centro di Voidgaze Dopamine Salad si incontrano gioco e apocalisse, visioni allucinatorie e strutture solide. I dieci brani poggiano su chitarre granitiche e riffose, synth frastagliati, voci sature e una sezione ritmica pulsante, mentre i testi spalancano porte su immaginari surreali e grotteschi: scimmie allucinate, fiumi di lava, universi frattali, singolarità cosmiche letali, conigli inebrianti, serpenti doppiogiochisti e danzatori isterici. Ogni traccia è un portale diverso, ma tutte insieme compongono un mosaico sonoro vivido e delirante, in cui caos e melodia convivono in tensione costante.


Pur non essendo un concept album, il disco porta con sé un filo conduttore forte: la sensazione di un’insalata di dopamina servita su un piatto fatto di lunghi sguardi nel vuoto, un banchetto frammentato e ipnotico di emozioni, visioni e distorsioni. Il titolo stesso riassume il paradosso che anima la musica di Atom Lux: un mix irriverente di ironia, psichedelia e inquietudine esistenziale, servito con l’energia ruvida e diretta di una live performance rock.


Con Voidgaze Dopamine Salad, Atom Lux si presenta come una voce nuova e riconoscibile nel panorama psych/alt-rock. Un lavoro eccentrico eppure curato, surreale ma radicato nella tradizione, che dimostra come il rock possa ancora reinventarsi quando viene filtrato da un’immaginazione senza confini. Più che un semplice debutto, è un invito ad entrare in un multiverso sonoro in cui ogni ascolto svela nuovi dettagli, nuove distorsioni, nuovi modi di guardare nel vuoto.

INTERVISTA 

1.                  Pointless Madness è nata in un pomeriggio: quanto conta l’istinto nella tua produzione?

Molto. In particolare Pointless Madness è frutto di un esperimento che spesso mi diverto a fare quando ho un po’ di ore libere. Mi metto in studio – chitarra o tastiera in mano – e vado a ruota libera con l’obiettivo di scrivere e registrare da zero un mini-brano compiuto. E’ un esercizio divertente, che a volte può portare a qualcosa di buono (altre no). Quando ho avviato il progetto Atom Lux ho cominciato proprio da queste brevi composizioni espresse, di circa 90 secondi – anche per cominciare a pubblicare qualcosa sui social - che chiamavo P.M.S. (Pointless Music Shot). Pointless Madness è nata da uno di questi esperimenti.

 

2.                  Il poliritmo 3-4-7 di Bad Snake Good Snake è una scelta curiosa: come sei arrivato a questa struttura?

Anche se probabilmente dal disco non si sente molto, il progressive rock ha avuto una forte influenza sulla mia formazione musicale. Imparando la chitarra – e in generale scoprendo nuova musica a partire dall’adolescenza - ho adorato e imparato molto dai gruppi della scena prog rock, sia inglese (King Crimson, Yes, ELP, Genesis, Gentle Giant, …) che italiana (Balletto di Bronzo, Osanna, Area, Museo Rosenbach, Banco del Mutuo Soccorso, …). Ogni tanto riemerge questo mio animo proggettaro – non lo faccio apposta – anche nella forma di semplici sezioni poliritmiche come quella che fa base al solo di synth di Bad Snake Good Snake.

 

3.                  Death by Small Talk è costruita su sezioni volutamente incoerenti: qual è stato il processo dietro questa forma?

Ricordo la domenica pomeriggio in cui ho scritto Death By Small Talk. Avevo semplicemente voglia di scrivere un brano frenetico, che sviluppandosi passasse di palo in frasca (in termini di temi e sezioni musicali), quasi a mimare il rapido susseguirsi di argomenti frivoli che caratterizza le small talk. Unico requisito: BPM > 180. Ho quindi costruito diverse sezioni relativamente scorrelate tra loro, per poi cucirle insieme. Ne è uscita fuori Death by Small Talk, che sinceramente è uno dei brani che più mi diverto a suonare e cantare dal vivo.

 

4.                  In Black Mirror il suono crolla progressivamente: come hai gestito il rapporto tra narrazione e tecnica?

Black Mirror è l’unico brano del disco ad essere caratterizzato da sonorità più cupe, per riflettere la tematica antropo-apocalittica. In termini di struttura è anche uno dei brani più semplici e si sviluppa in pratica su due sezioni, la prima caratterizzata da arpeggi ostinati sorretti dal groove shuffle, la seconda più grezza, sia in termini di sporcatura del suono, sia in termini di groove (lo shuffle lascia spazio ad un più popolare tempo binario). La prima sezione fa da cornice sonora alla narrazione pessimistica legata al progressivo (e ipotetico?) sfacelo della società, la seconda accompagna la presa di coscienza del fatto che la Terra si accorgerebbe a malapena di un’eventuale estinzione di massa e continuerebbe tranquillamente a farsi i ca**i suoi, forse anche più felice di prima. A volte si usa l’espressione “la fine del mondo” per riferirsi a quella che in realtà sarebbe “la fine della civiltà umana nel mondo”, che forse – in realtà - rappresenterebbe un nuovo interessante capitolo del mondo. Occhio, sono grande fan della razza umana - per quanto a volte sia difficile continuare ad esserlo – e non mi auguro l’estinzione di nessun gruppo di organismi. Ma non vorrei che si estinguesse neanche la semantica.

 

 

5.                  Nel lato B sembra esserci una maggiore apertura psichedelica: è stata una scelta intenzionale?

Mi dispiace essere brutalmente sintetico, ma devo rispondere con un semplice “no”. E’ successo così e basta – spiegare un eventuale motivo dietro questa scelta sarebbe un’elaborazione a posteriori.

 

6.                  Quali strumenti o accorgimenti hai usato per creare i timbri più allucinati del disco?

Uno dei pro di registrare tutto in casa in modo indipendente, è la possibilità di spippolare e sperimentare in mille modi con gli strumenti e i suoni a disposizione, senza la pressione di un produttore o un tecnico di registrazione che ti guarda attraverso un oblò ricavato in una parete insonorizzata. L’emulazione digitale - poi - mette a disposizione banchi di suoni sconfinati (anche troppo – a volte mi sono arreso e ho finito delle sessioni di registrazioni pensando “basta, mi fermo, ci sono troppe possibilità”) e mi diverto un sacco a esplorare suoni e strumenti nuovi. Oltre a questo, mi diverto a volte – nel processo di creazione di timbri allucinati – a manipolare le registrazioni audio (voci, chitarre, qualsiasi cosa) fino ad ottenere qualcosa di irriconoscibile che però funziona sul brano.

 

7.                  Quanto ha influito lo studio casalingo nel definire l’estetica sonora dell’album?

Ha influito tantissimo. Non so se sia un bene o un male, ma il vincolo dello studio casalingo (unito alle mie doti di mixaggio e tecniche di registrazione appena sufficienti, ma in affinamento) ha portato al sound del disco (per fortuna ho deciso di fermarmi al mix, passando poi la palla a Vincenzo Mario Cristi, per il mastering – e l’ottimo lavoro si sente). Sicuramente sarebbe uscito fuori qualcosa di diverso se avessi registrato tutto in uno studio, magari sotto la guida di un tecnico, ma sono contento di quello che è uscito dallo studio casalingo (che poi chiamarlo “studio” è troppo generoso, dato che si tratta di un rettangolo ricavato nella camera da letto).

 

8.                  C’è un brano che ha richiesto più tempo di lavorazione o sperimentazione tecnica?

Gli effort di lavorazione sono stati abbastanza omogenei tra i brani. Probabilmente però in alcuni brani è stato un po’ più difficile far funzionare e rendere gli arrangiamenti che avevo in testa, sia in termini di take di registrazione, che di espressività, che di mix. Probabilmente Death By Small Talk, Black Mirror, Spaghettification Apocalypse e J.I.B.B.E.R.I.S.H., per quanto non siano brani così complessi, hanno richiesto una lavorazione leggermente maggiore degli altri.


sabato 29 novembre 2025

 


Atom Lux

Voidgaze Dopamine Salad

https://open.spotify.com/intl-it/album/64Y8KzprtJzLOStLQP7kCS?si=0ho9aKmaQLS0htE_uacqig

Voidgaze Dopamine Salad è un album che trova la sua identità nella costruzione tecnica di ogni singola traccia, ognuna organizzata come un piccolo laboratorio sonoro. Pointless Madness apre il disco con un impianto hard-psych immediato: distorsioni dense, synth acidissimi e una ritmica quadrata che sostiene un testo visionario, mentre i cori compressi creano un effetto “spinta” continuo. Bad Snake Good Snake lavora invece sulla ripetizione: il riff circolare evoca il movimento del serpente e il poliritmo 3-4-7 introduce una complessità ritmica che spezza la linearità senza perdere coesione.

Con Death by Small Talk si entra in una scrittura modulare: sezioni apparentemente scollegate, volute fratture narrative che diventano struttura musicale, sostenute da una Rickenbacker arpeggiata in stereofonia e una ritmica irrequieta. Black Mirror applica un crescendo timbrico: voci ipersature, delay spinti e chitarre che si sporcano progressivamente fino a un climax distopico perfettamente coerente con il tema. J.I.B.B.E.R.I.S.H. è un esercizio di citazionismo tecnico e stilistico: timbri, riferimenti beatlesiani e layering vocale costruiscono un brano che, pur giocoso, è calibrato con attenzione.

Il Lato B apre con Dance Plague Delirium, che parte rarefatto e si compatta in un corpo rock di chitarre in delay e ritmica essenziale. Stoned Monkey Heritage integra timbri brillanti, basso glissato e synth acidi per creare un soft-stoner leggero, quasi danzante. Spaghettification Apocalypse utilizza progressioni psichedeliche e aperture spaziali per evocare la singolarità gravitazionale, mentre Mandelbrot! Mandelbrot! è un vortice fuzz/post-grunge costruito su saturazioni massicce e voci filtrate. Chiude Toxic Easter Bunny, episodio psych-garage con uso mirato di saturazioni e batterie dirette, perfetto per restituire il carattere grottesco del racconto.

Brano dopo brano, Atom Lux mostra un controllo notevole della timbrica e della costruzione modulare delle tracce, trasformando ogni pezzo in un microcosmo che alimenta la coerenza di un album volutamente instabile ma tecnicamente molto consapevole.

martedì 18 novembre 2025

 


Piaggio Soul Combination feat. Diane Kowa – Allnighter Material

ASCOLTA E COMPRA IL VINILE DA QUI

https://www.areapirata.com/en/prodotto/diane-kowa-the-piaggio-soul-combination-allnighter-material/

 “Allnighter Material” – Il soul italiano che non ha confini

Con “Allnighter Material”, Marco Piaggesi e la sua band confermano di essere una delle realtà soul più solide e raffinate d’Europa. Il nuovo lavoro è un omaggio al groove più autentico, quello che nasce per far muovere corpo e spirito, ma anche una prova di maturità artistica che guarda dritto alla tradizione senza perdere freschezza.

Il disco prende vita da un’idea precisa: creare brani capaci di infiammare un soul allnighter, quei leggendari party che animavano le notti del Northern Soul britannico. L’obiettivo è pienamente centrato: arrangiamenti curati, ritmiche serrate, fiati brillanti e una sezione ritmica impeccabile danno vita a un suono denso, diretto, che profuma di vinile e passione.

A rendere il tutto ancora più speciale è la presenza di Diane Kowa, voce potente e intensa scoperta quasi per caso, che dona al progetto una dimensione internazionale. La sua energia, unita alla scrittura ispirata e al tocco elegante di Piaggesi, porta il gruppo a un livello superiore.

“Allnighter Material” è un disco che scorre senza cali, sincero e vibrante, costruito con mestiere e cuore. Tra soul, funk e rhythm and blues, rappresenta un piccolo manifesto di coerenza e amore per la musica vera — quella che si suona, si suda e si vive dal vivo.

 

martedì 11 novembre 2025

 


 

Rescue Zone presentano il video di Bed, un bellissimo concept video con atmosfere tra il dark e il sognante

https://youtu.be/5QdGz0M2Kmc?si=FSTgxb4s9jvoGavw

 

 

IL BRANO

Bed” si esprime in modo distaccato dalla persona e racconta la condizione che ognuno di noi vive dentro le proprie paure e insicurezze. Mostra come queste ci facciano sentire oppressi, inadeguati e costantemente in conflitto con noi stessi.

È una spinta alla ribellione, prima verso le nostre stesse gabbie interiori, per provare a uscire da quelle situazioni che creiamo con gesti istintivi e affrettati. Ci ricorda che tutto ciò di cui abbiamo bisogno va cercato ed ottenuto senza compromessi e paura.

Ogni riferimento rimanda a momenti di riflessione; ogni domanda cerca una risposta, senza sapere se sarà davvero quella giusta. Il brano racconta il passaggio dalla quiete apatica alla ribellione, nella ricerca di una risoluzione personale.

 

IL VIDEO

 

Il video di Bed si apre con una mano sanguinante e una camminata lenta, come se il pericolo fosse ormai alle spalle. È solo una tregua illusoria: ciò che inquieta dentro non ha mai smesso di muoversi. La cattura e il sacco calato sulla testa segnano il ritorno inevitabile di quelle ombre.

Su un materasso, il corpo giace con il volto coperto dallo stesso sacco. Mani che vagano ai lati sfiorano lo spazio attorno, presenze che tornano a manifestarsi e richiamano ciò che era stato messo a tacere.

Sul tavolo, circondato da figure mute,

una mano scivola dalladdome al volto: un contatto che rivela la verità nascosta, come se ciò da cui si fugge trovasse comunque il modo di manifestarsi.

Nel bagno, immerso nellabbandono, tutto si ribalta: chi tentava di fuggire diventa preda, e ciò che sembrava distante prende il controllo. Il trascinamento per i piedi legati e il cerchio rituale mostrano lesposizione totale alle proprie paure.

Nella sepoltura nasce un impulso di ribellione, un gesto istintivo per non lasciarsi inghiottire definitivamente. La corsa ritorna, tra cadute e riprese, fino alla stessa mano sanguinante che chiude il video, identica allinizio: il confronto con sé stessi non finisce, ritorna ciclicamente allo stesso varco.

 

 

BIOGRAFIA

 

I Rescue Zone si formano nel 2024, dallincontro tra cinque musicisti decisi a trasformare le proprie esperienze in qualcosa di autentico e potente. Tutto parte quando Emanuele, voce della band, contatta Nicola, bassista, nel settembre dello stesso anno. Con Andrea alla batteria – compagno di palco di lunga data di Nicola – e i chitarristi Alice e Raffaello, vecchi amici uniti dalla stessa urgenza creativa, la formazione prende rapidamente vita.

Le loro influenze diverse si fondono in un sound diretto, energico e moderno, dove melodia e impatto convivono in perfetto equilibrio.

A giugno 2025 pubblicano il primo singolo, Get Away”, seguito da Bed”, due brani che segnano linizio del percorso dei Rescue Zone: una band che mette al centro listinto, la coesione e la voglia di suonare senza compromessi.

 

 

martedì 7 ottobre 2025

 

Leon seti presenta Oh London!

https://open.spotify.com/intl-it/album/4b9wSoqy40Aj7Fsz7KYz9e?si=lLab2b8fQIirfaJR33qFww

 


Raccontaci l’iter del processo creativo che segui per la creazione di un brano.

Il mio iter parte sempre dal suono e dalla melodia e armonia. Una volta stabilite quelle ci scrivo delle parole sopra e poi porto tutto da Saverio Zacchei, il mio producer, e ci lavoriamo insieme.

 

• A quale genere musicale appartieni?

il mio genere musicale é senza dubbio il pop. Che io amo alla follia, e rigorosamente elettronico.

 

• La tua musica da dove prende ispirazione?

La mia musica prende ispirazione dalla mia vita, da quello che passo, e da quello che ascolto. Sonicamente invece devo partire sempre da uno spunto sonoro nuovo, un suono strano o un qualcosa che mi accenda l’immaginazione.

 

• Ora che l’estate è finita che suono ha August?

August é una canzone che parla di nostalgia e ricordi, quindi non appartiene solo all’estate. Per me va bene in qualunque momento.

 

• come gestisci l’ansia da prestazione prima di una performance?

Ultimamente non suono molto, quindi mi manca l’ansia da prestazione. é una sensazione che mi piace, mi piace il dovermi esprimere sul palco. ma il momento piú bello arriva dopo le prime note, prese quelle, diventa tutto piú piacevole.

 

Come si struttura una tua performance dal vivo?

Una mia performance dal vivo di solito include me e un musicista che gestisce le tracce e gli strumenti dal mio computer, e io che canto e mi muovo liberamente. Una cosa abbastanza eterea.

 

L’EP

 

"Oh, London", il nuovo EP di Leon Seti, è un’esaltazione poetica della tarda estate: quella fase sospesa tra la luce e la malinconia, dove i giorni sembrano allungarsi nell’aria calda e i ricordi iniziano già a sbiadire. Quattro tracce intime e cinematografiche raccontano emozioni effimere e nostalgiche, tipiche di una stagione che si spegne lentamente, lasciando spazio ai sogni, all’attesa e a una dolce inquietudine.

L’EP si apre con “August”, il primo singolo, che ne definisce subito l’atmosfera: calda, avvolgente, come il vento di fine agosto. Il brano è un racconto delicato di un amore passato, tra sussurri elettronici e malinconie luminose.

Segue “Bluffer”, una traccia travolgente e giocosa, che si fa portavoce di una rabbia euforica: cori stratificati e synth brillanti creano un inno liberatorio che sbeffeggia tutti i detrattori di Seti e la sua esperienza nel mondo della musica.

La title track, “Oh, London”, arriva come una brezza al tramonto. Parte tranquilla, cresce lentamente e si apre in un finale corale con un beat e campane che richiamano la capitale britannica. Il brano è una riflessione intensa sul rapporto ambivalente che Leon Seti intrattiene con la città che lo ha accolto per anni: un intreccio profondo di amore, frustrazione, crescita e conquista e che, come dice nel pezzo, lo riporta sempre allo stesso punto.

A chiudere il progetto è “Universe”, una sorta di notturno stellare, come la sera di San Lorenzo: una ballata che volge lo sguardo al cielo, riflettendo sull’amore e sul nostro posto nell’infinito. Una canzone dedicata al partner di Leon che ci ricorda quanto siamo grandi e piccoli allo stesso tempo, parte dello stesso universo.

Con questo nuovo lavoro, Leon Seti si presenta come una divinità dell’estate tardiva: un’immagine mitica e contemporanea, con spighe tra i capelli e melodie cariche di speranza, desiderio e luce lontana.

Leon: “Oh, London è un piccolo rituale pop, un invito a perdersi nei ricordi e nelle promesse dell’estate che finisce e un assaggio di quello che verrá.”